Da un’intervista su Radio Vaticana, Mons. Mani (arcivescovo di Cagliari) parla della realizzazione di uno speciale calice d’oro, “un vero gioiello“, commissionato per la prossima visita pastorale di papa Benedetto XVI in Sardegna che si terrà in occasione del centenario della proclamazione della Madonna quale Patrona Massima di tutta la Sardegna.
Un articolo dell’Unione Sarda di oggi riporta la faccenda con qualche particolare in più: questo “Santo Grahal” (così lo definisce il quotidiano) e denominato da mons. Mani “Il Calice dei Sardi” (anche se commissionato ad un orafo fiorentino… mah!), è fatto di 1,5 kg di oro incastonato di pietre preziose, e sarà offerto in dono al papa.
Non osiamo immaginare le decine di migliaia di euro che sarà costato il calice. Anche se il fatto in sè non ci riguarda più tanto (anche se il sospetto che i soldi occorsi siano stati prelevati dal capitolo “esigenze di culto” dei proventi dell’8×1000 dovrebbe dimostrare il contrario), ci fa però pensare all’enorme fiume di denaro che viene puntualmente speso in occasione delle visite papali. Già la Regione Sardegna ha donato alla diocesi un milione di euro, e chissà quanti altri soldi verranno spesi per rifare strade, abbellire percorsi, e in generale rendere più gradevole la visita al papa.
Ma è davvero necessario tutto questo? Possibile che il sedicente vicario di Cristo in Terra debba navigare nell’oro mentre colui che rappresenta amava la povertà? La regione non poteva dare un gesto “forte e concreto” aumentando, proprio in onore e in occasione del centenario, i soldi spesi in assistenza sociale? A scapito di una festa meno sfarzosa, ne avrebbe guadagnato molto l’immagine della Regione Sardegna, oltre alle tante persone che sarebbero state aiutate. E probabilmente anche il Vaticano avrebbe gradito… o no?
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Oggi ricorre un tragico anniversario: la mattina di 63 anni fa il bombardiere B-29 Superfortress americano, soprannominato “Enola Gay”, sganciava su Hiroshima un ordigno nucleare composto da più di 50 kg di uranio. Meno dell’1% del combustibile fissile “esplose”, sprigionando un’energia dell’ordine dei 200Mev (200 mega elettronvolt). La strage la conosciamo tutti: quasi 200 mila persone, convinte di essere lontane dagli obiettivi bellici, furono incenerite in una brevissima frazione di secondo. Altre migliaia di vittime saranno poi causate dalle conseguenze radioattive e tante malformazioni genetiche ne deriveranno (ancora oggi ne sono visibili gli effetti).
Tre giorni dopo, il 09 agosto 1945, Nagasaki sperimentò sulla sua pelle un ordigno diverso, alimentato da plutonio, ma le conseguenze furono le stesse.
Abbiamo tutti il dovere di non dimenticare.
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Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Insomma, secondo l’inno, Dio in persona avrebbe fatto in modo che Roma fosse sempre vittoriosa, tanto da renderne la vittoria stessa schiava. Infatti, e non ci vuole tanta attenzione a capirlo, la frase tanto odiata dai leghisti “che schiava di Roma Iddio la creò” ha come soggetto la vittoria e non l’Italia. Un malinteso che nulla toglie alla gravità delle parole proferite dal ministro U. Bossi.
Tralasciando l’ignoranza, stupisce come i soliti insulti di un ministro alla bandiera e ai simboli dell’Italia provochino giusto qualche ramanzina proliferata dalle più alte cariche dello Stato, mentre le parole di un comico come la Guzzanti nei giorni scorsi abbiano alzato un polverone tremendo.
Ah già, siamo in Italia, appunto.
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“Laicità“, per uno Stato, è la sua totale autonomia rispetto alle varie confessioni religiose esistenti. Oltre ad essere una garanzia di pari diritti ed opportunità verso tutti i cittadini, è anche principalmente una forma di rispetto verso tutte le concezioni religiose, non privilegiandone di fatto nessuna rispetto alle altre.
Viene da sè, per semplice ovvietà, che uno stato laico non può, ad esempio, affiggere simboli di una particolare religione negli uffici pubblici, o insegnare a scuola una determinata religione.
Ma si sa, per gli italiani l’ovvietà spesso è utopia, soprattutto quando si parla di laicità e influenza della religione cattolica nelle istituzioni. Infatti in Italia di laicità, di fatto, ce n’è ben poca. Ma, per loro fortuna, gli spagnoli stanno un po’ meglio: il recente congresso del Psoe, il partito socialista spagnolo attualmente al governo dopo una gratificante riconferma, ha annunciato quella che passa in Italia come “deriva laicista” della Spagna, ma che in realtà è solo la messa in pratica di quella ovvietà di cui si parlava pocanzi: l’eliminazione di qualsiasi simbolo religioso dai pubblici uffici, funerali di stato non più cattolici ma aconfessionali, e forse, fra le altre riforme, addirittura l’abolizione dei cappellani militari.
La Spagna ha deciso quindi, coi fatti, di liberarsi dell’eccessiva invadenza delle religioni, Chiesa Cattolica in primis. Invadenza “eccessiva” perchè non prevista da nessuna norma, ma anzi, contravvenente alle norme che tutelano la parità di diritti di tutti i cittadini senza nessuna distinzione.
Da mettere in rilievo sono le accuse della Chiesa Cattolica di essere penalizzata, di essere combattuta e vista come nemica dal governo spagnolo. In realtà il fatto è diverso: i provvedimenti spagnoli riguardano tutte le religioni, non solo quella cattolica. Se a farne le spese è soprattutto la Chiesa Cattolica ciò deriva dalla sua colpevole ed eccessiva invadenza nelle istituzioni, che ora vorrebbe rivendicare come diritti. Diritti che non ha, e se ora blatera, è solo perchè qualcuno cerca di ricordarglielo.
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Il senatore Butti (PdL), membro della commissione per l’indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, propone una legge che preveda la chiusura dei siti internet contenenti materiale pornografico o offensivo del “buon costume”. Il tutto a tutela dei minori.
Queste “norme per la corretta utilizzazione della rete Internet a tutela dei minori” oltre a vietare con pene severissime la pedofilia e la pornografia in genere, prevedono anche una sorta di garante per la morale sul web. E lo fa estendendo detta “morale” ad una gamma più ampia di casi, come i siti della rete Internet i cui contenuti sono palesemente illeciti o offensivi del buon costume o tali da attentare all’ordine pubblico.
Insomma, si vuole imporre una morale di Stato ai siti internet. Siamo d’accordo sulla tutela dei minori, che vanno tutelati da una pornografia asfissiante presente in rete. Ma chi deciderà quali saranno i contenuti “palesemente illeciti o offensivi del buon costume“? e in base a quali criteri?
Ad esempio, parlar male del governo sarà reato? Parlar male del Vaticano sarà offensivo al buon costume?
Fonte della notizia e maggiori info qui: Il blog di Daniele Minotti
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Fonte: Repubblica
Rinviata al primo gennaio 2009 l’approvazione della legge sulle class action, dopo essere stata opportunamente rivista sentendo le parti interessate. La decisione è del ministro per le Attività Produttive Claudio Scajola, ma l’idea non è stata sua, ma di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria.
Molto famose per il loro grande successo negli U.S.A., evidentemente le class action fanno paura alle grandi aziende, tanto da chiedere al governo di prender tempo… e il governo glielo dà.
Comunque il ministro Scajola assicura che “il governo è favorevole al provvedimento“, respingendo tutte le accuse delle associazioni dei consumatori, già pronte ad iniziare le cause collettive, e che temono una definitiva dipartita di questa potente arma in mano ai cittadini.
Staremo a vedere.
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Ora capiamo perchè il papa è contento del nuovo clima politico che si respira! Ecco dei passi del decreto che il Governo è pronto a presentare:
[…]
<<2. Quando l’azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico, l’informazione è inviata all’autorità ecclesiastica di cui ai comma 2-ter e 2-quarer.»;c) dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:<2-bis. Il pubblico ministero invia l’informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato attestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l’informazione quando è stata applicata nei suoiconfronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all’invio della comunicazione di cui all’articolo 369 del codice.
2-ter. Quando risulta indagato o imputato un Vescovo diocesano, prelato territoriale, coadiutore, ausiliare, titolare o emerito, o un Ordinario di luogo equiparato a un Vescovo diocesano, abate di una abbazia territoriale o sacerdote che, durante la vacanza della sede, svolge l’ufficio di amministratore della diocesi, il pubblico ministero invia l’informazione al Cardinale Segretario di Stato.
2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente ad un Istituto di vita consacrata o ad una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l’informazione all’Ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente»;
[…]
Quindi, un cittadino italiano, che abbia un titolo ecclesiastico, per essere indagato deve esserne data preventivamente notizia allo stato straniero (il Vaticano) per il quale lavora.
Immaginate uno dei tanti casi di accuse di pedofilia verso un sacerdote: cosa farà il suo vescovo quando saprà che sta per essere indagato e magari “intercettato”?
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Altra pomposa e costosa (per noi) messa del papa. Stavolta è toccato alla Puglia ospitare il pontefice, che non ha mancato di consigliare ai giovani su come affrontare il mondo di oggi. E fra una mistura di fiducia nel bene e nella speranza per superare problemi come quello della disoccupazione (magari bastasse sperare) ha fatto sapere che «il primo servizio della Chiesa è quello di educare al senso sociale, all’attenzione per il prossimo, alla solidarietà e alla condivisione» e che «la Chiesa promuove un’umanità rinnovata e rapporti umani aperti e costruttivi, nel rispetto e nel servizio in primo luogo degli ultimi e dei più deboli».
Parole bellissime, certo. Peccato che siano diventate aria fritta quando ha poi parlato di famiglia, esposta al «convergente attacco di numerose forze che cercano di indebolirla». Si riferiva senza mezzi termini al governatore della Puglia Niki Vendola, che è riuscito a far approvare un disegno di legge che estende i servizi sociali alle coppie di fatto, anche omosessuali. Un provvedimento che appunto “promuove rapporti umani aperti e costruttivi” e che rispetta gli “ultimi” e i “più deboli” senza differenza di alcun genere. Ma come è sempre più evidente, le religioni servono a dividere e a categorizzare gli uomini, non certo ad unirli. Ed infatti per il massimo esponente della religione cristiana cattolica i più deboli devono essere tutelati solo e soltanto se si sono uniti in un normale matrimonio, preferibilmente cattolico. La dose viene rincarata quando il carnefice si fa vittima affermando che tali unioni di fatto costituiscono una minaccia per la famiglia! Ma chi ve la tocca sta famiglia! Da dove provenga tale minaccia non si sa. L’”estensione” di un diritto, infatti, non “priva” di quel diritto chi già lo deteneva, ma appunto lo “estende” ad altre categorie. E il fatto può solo farci piacere quando si parla di servizi sociali.
Ma per il sedicente vicario di Cristo in terra evidentemente non è così. Chi nasce (e non “diventa”) omosessuale o semplicemente desidera convivere con il/la partner senza apporre una firma che per tanti motivi si può scegliere liberamente di non apporre, non ha diritto all’assistenzialismo da parte dello Stato. Alla faccia dell’uguaglianza!
Si vuole per forza demonizzare le coppie di fatto. Basterebbe solo leggere attentamente il binomio “di fatto” per comprendere che si parla di coppie a prescindere dai riconoscimenti giuridici. Quando due persone vogliono stare insieme, legate da vincoli affettivi, stanno insieme, punto. E staranno insieme a prescindere dai diritti che gli verranno riconosciuti. E come questo tipo di coppia possa in qualche modo “attaccare” la famiglia tradizionale, non si riesce a capire. Quale minaccia può costituire una coppia, anche omosessuale, che convive liberamente amandosi, senza far del male a nessuno, davvero non trova un motivo. Qualcuno dovrà spiegarcelo prima poi.
Addirittura si scomoda la politica; Luca Volontè dell’Udc afferma che la nuova regolamentazione pugliese è “un colpo mortale alla famiglia tradizionale“mentre Rocco Palese di Fi dice che è “un bluff con il quale il centrosinistra ha sancito l’equiparazione fra famiglia tradizionale, coppie di fatto e convivenze fra gay“. Un orientamento decisamente e marcatamente discriminatorio e diffamante, perchè estendere un diritto è un atto di libertà e non di costrizione. Nessuno ha tolto diritti, privilegi e dignità alla famiglia tradizionale. Si è solo voluto estendere diritti civili a quelle coppie che lo sono “di fatto” e non perchè abbiano firmato un pezzo di carta, e che resterebbero coppie comunque anche se quei diritti non gli venissero riconosciuti.
Per lo stesso Vendola infatti la sua “è una legge d’avanguardia in tutta Italia per tre ragioni. Difende fino in fondo la famiglia, così come protetta dall’articolo 29 della Costituzione; estende i servizi sociali alle coppie di fatto, cioè accetta il principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge; ridisegna il sistema dei servizi e mette l’accento non sul bisogno di assistenza, che talvolta rappresenta una sorta di pietas pubblica, ma sui percorsi di autodeterminazione, valorizzando la soggettività“.
Forse è troppo semplice per essere accettato.
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Qualche giorno fa, mentre ero presso la sede di un’associazione dove svolgo del volontariato, arriva un’iscritta chiedendomi un attestato di partecipazione alle attività di volontariato, in quanto le potrà fare punteggio per l’esame di maturità che dovrà sostenere a breve. Con piacere le preparo l’attestato, felice di far premiare chi effettivamente si impegna in azioni di utilità sociale.
Preso dalla curiosità, le chiedo, oltre al volontariato, quali attività potessero fare punteggio per l’esame di maturità. Fra i vari esempi che mi riporta, mi colpisce soprattutto uno, che riguarda una sua amica: insegnante di catechismo.
Sbalordito da questa notizia, inizio a rimuginare sul quanto possa essere indegno premiare ad un esame di maturità una persona per attività che non hanno una reale utilità sociale, ma che anzi, chiudono la mente dei ragazzi nei ristretti spazi di una particolare religione. Il mio pensiero corre poi inevitabilmente verso l’ora di Istruzione della Religione Cattolica (I.R.C.), allorchè, alla mia richiesta di maggiori informazioni, il mio disgusto trova il suo apice quando la ragazza asserisce che lei ha frequentato l’ora di religione solo per non perdere dei punti per l’esame finale. Io le replico stupito che l’I.R.C., in quanto facoltativa, non dovrebbe fare punteggio. Ma lei mi sa sapere che in realtà non è così: chi frequenta l’ora di religione cattolica ottiene un punteggio che chi non la frequenta non ha. Infatti chi non frequenta l’I.R.C. dovrebbe essere indirizzato verso attività alternative che, non essendo mai state istituite, non possono dare punteggio.
La scuola, che dovrebbe essere l’avanguardia educativa sull’eguaglianza di tutti i cittadini, senza alcuna differenza, è in realtà il primo esempio di discriminazione su base religiosa che i cittadini della “laica” Italia devono subire.
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Urge un intervento del Governo. La situazione è grave, anzi gravissima. Bisogna intervenire subito. Non stiamo parlando del problema caro vita che costringe tantissime famiglie a tirare la cinghia o dei rifiuti campani, stiamo parlando di intercettazioni.
Sì, la grande urgenza sbandierata in questi giorni su tutte le tv è il problema intercettazioni. Problema? come possa un’arma in mano alla Giustizia divenire un problema non è dato saperlo. Ah sì, il problema è la fuga di notizie. Troppo spesso quando c’è una intercettazione che coinvolge qualcuno di importante, questa viene riportata pari pari sui giornali, in palese violazione, innanzitutto morale prima che legislativa, della privacy di quest’ultimo, e soprattutto prima che ne fosse davvero dimostrata la colpevolezza.
Siamo d’accordo. Ma è un errore prendere a pretesto le fughe di notizie per togliere dalle mani degli inquirenti questo fondamentale mezzo di indagine. Infatti, invece di bastonare chi pubblica le intercettazioni, la migliore soluzione che si sta cercando di attuare è quella di impedirle, vietarle, eliminarle. E per quale motivo? Sempre in onore della privacy. I cittadini devono essere liberi di sapere che quando sono al telefono non sono spiati. Bene, analizziamo un po’ il punto.
La privacy è un sacrosanto diritto, e ribadiamolo con forza. Ma anche la Giustizia è un diritto, se non alla pari, ancora più sacrosanto. Ricordiamo ad esempio come il serial killer Donato Bilancia fu acchiappato proprio utilizzando le intercettazioni. Se non ci fossero state, i familiari delle vittime sarebbero ancora cornuti e mazziati, perchè non avrebbero avuto giustizia. Le intercettazioni sono uno strumento fondamentale per le indagini, punirne l’abuso è un conto, ma eliminarle è criminoso.
Il mio bisogno di privacy si ferma davanti al mio bisogno di giustizia. Se fossi vittima di un reato e mi sentissi dire che le indagini per scovare il colpevole si sono impantanate perchè bisogna garantire la privacy degli indagati, mi sentirei vittima due volte. Mi verrebbe sottratta la libertà e il diritto di essere tutelato. Io sono pronto a cedere un po’ della mia libertà di privacy in cambio di una maggiore libertà di giustizia nei miei confronti. E poi, che la magistratura venga a conoscenza che sto organizzando un viaggio con gli amici, o sto andando a mangiarmi una pizza, o che domani mi aspetta una dura giornata di lavoro, non mi importa. E non mi importerebbe nemmeno se venisse a conoscenza dei miei affari economici, delle mie abitudini sessuali o altro, perchè tutto resterebbe, a rigor di logica, secretato ed utilizzato per i soli fini previsti. Se si vuole intervenire sulla fuga di notizie allora non si può che essere d’accordo. A tutti farebbe arrabbiare vedersi pubblicata una telefonata personale su un quotidiano nazionale ed essere additato come colpevole di un reato ancor prima di subire un processo. Ma da qui a vietare del tutto le intercettazioni c’è di mezzo l’insormontabile montagna costituita dalla garanzia di giustizia dello stato deve darmi.
Vietando le intercettazioni, quindi, si lede uno dei fondamentali diritti del cittadino, la giustizia. Lo Stato che decide di posare le armi. Tutto a vantaggio dei criminali e a discapito dei cittadini onesti.
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